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charlesbegniamino - Italy posted a photo:
Avevo già capito che la strada della pittura non mi era congeniale, mentre ero attratto dalla materia che avevo bisogno di toccare e di trasformare [...]
Ho scelto i solidi della geometria, intervenendo come una termite, per separare e togliere, per entrare all'interno della forma, per distruggerne il significato più simbolico. E in questo sentimento c’era, forse, persino la memoria della guerra [...]
Durante la guerra, poche erano le opportunità di conoscenza e formazione culturale. Una signora sfollata aveva portato con sè una valigia piena di libri e per un anno non feci altro che leggere: Faulkner, Steinbeck, Hemingway, tradotti da Vittorini [...]
Avrei voluto fare l’architetto, ma mio padre si ammalò e così decisi di accorciare gli studi e diventare geometra per assicurarmi subito uno stipendio. E fui assunto al Genio Civile di Pesaro: mi dovevo occupare dei piani di ricostruzione degli edifici distrutti dalla guerra. Eravamo tra la fine degli anni Quaranta ed i primi anni Cinquanta; poiché non lavoravo nel pomeriggio, lo trascorrevo per lo più in biblioteca [...]
Non credo all’ispirazione, si tratta piuttosto di suggestioni, di folgorazioni che ti vengono in diverse situazioni, nei momenti più impensabili. Noi artisti siamo dotati di una particolare sensibilità nell’assorbire e nell’esprimere quello che ci sta attorno, a volte senza neppure capire dove si può arrivare. "L’espressione - sostiene il filosofo Maurice Merleau-Ponty - è come un passo nella nebbia: nessuno può dire dove e se da qualche parte condurrà."
Per me, l’opera è sempre in relazione ad ambienti (contesti) concreti che ho visto, visitato e conosciuto. Così, alcune mie sculture che si richiamano alla natura non sono collegate proprio ad un’idea essenzializzata e astratta di natura, ma alla concretezza del paesaggio e dell’ambiente [...]
Ciò che conta è il vuoto, e cioè lo spazio delimitato dall’opera inteso come un passaggio percorribile dall’uomo, una porta che è anche soglia, verso l’ignoto; un riferimento ideale all’estremo passaggio dalla vita alla morte [...]
Ho sempre subito un grande fascino per tutti i segni, soprattutto quelli arcaici. Persino la scrittura m'ha attratto, dai segni primordiali nelle grotte, alle tavolette di Ittiti e Sumeri [...]
charlesbegniamino - Italy posted a photo:
L’Architettura vive della natura, ne mette prodigiosamente in opera le leggi.
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Francesco Venezia è convinto che la rovina occupi una posizione singolare nella categoria dell’architettura parlante, e che della sua muta eloquenza l’architetto possa creativamente giovarsi, in funzione di una continuità direttamente insorgente dalle costole del passato. E come posa questa continuità esercitarsi attraverso una invenzione aliena dalla ripetizione, egli cerca sempre di dimostrarlo, con l’aiuto della storia e la testimonianza diretta del suo lavoro. Se, nella costruzione del suo approccio teorico, torna con insistenza la riflessione sugli effetti dell’architettura di spoglio, con una coincidenza che sfiora quasi la vocazione, il tema della "reintegrazione" e del "restauro d’innovazione" ha assunto nella sua opera di quest’ultimi anni una caratterizzante centralità.
Inizialmente soggiogata dalla creativa fascinazione del rudere nel ciclo dei “petits travaux” siciliani, l’attenzione dell’architetto, per la grammatica costruttiva del frammento, può infatti dirsi adesso estesa a una vasta gamma di interpretazioni operative, essendosi misurata, in diversi contesti, con la rilevanza di determinanti preesistenze storiche, con l’ordine di un consolidato paesaggio urbano, con la perentorietà del monumento o dell’ineffabile icona.
(Irace, 1997)
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Uno degli scopi del nostro lavoro di architetti è di opporre una certa resistenza al rapido [e inevitabile] esaurirsi della ragione pratica che determina la costruzione d’un edificio. Cioè, suscitare un tempo nascosto che resista al tempo del suo uso e che sia, quindi, in grado di conferirgli le nuove valenze estetiche, persino nel caso estremo in cui l’iniziale funzione, esauritasi, sia incomprensibile, o che l’edificio stesso sia stato con il tempo o dagli eventi traumatici ridotto a rovina.
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Il nostro lavoro di architetti ci richiede di conferire dell'ordine attraverso misure, proporzioni e geometria. Ma l’ordine e quel senso di necessità che ne deriva, una volta raggiunti, tanto più sono avvincenti quanto più ne è avvertibile la distanza dal suo disordine e dall’arbitrio iniziali. Intendo dire, cioè, che quel che facciamo si carica di senso in questa come in altre forme d’opposizione.
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L'architetto può rappresentare in carta ottimi progetti ma una volta realizzati rappresentano una delusione rispetto all'aspettative iniziali. Questo avviene perché è venuta meno quella capacità di lottare. Il persistere su quello che ha creduto sin dal primo schizzo. Il cantiere è la fase nella quale l’attitudine al combattimento si rivela decisiva.
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Lasciandosi alle spalle la Stella, bisogna seguire la strada in salita che scorre alla destra di Gibellina, per raggiungere la prima tappa della visita, costituita dalle case Di Stefano, e cioè da una masseria acquistata dall’amministrazione comunale, restaurata ad arte dagli architetti e artisti Marcella Aprile, Collovà e La Rocca. L’imponente complesso, prodotto di un’antica cultura contadina, è la sede delle istituzioni culturali ed universitarie e residenza d’artisti e studiosi ospiti della città.
Il complesso delle case Di Stefano, oggi sede della “Fondazione Orestiadi” di Gibellina e del museo delle Trame Mediterranee, costituisce, insomma, un complesso architettonico d’eccezionale interesse artistico e culturale, tanto da costituire una specie di “unicum” per il sistema di raccolta irriguo delle vicine colline che approvvigiona l’immensa cisterna sita sotto il grande cortile, costruita con pilastri che sostengono arcate di stile arabo.
Nonostante gran parte del giardino e del sistema irriguo sia stato del tutto danneggiato in quest'ultimi anni, permangono tuttavia ancora le strutture essenziali, il palmeto, l’arredo in pietra e la fontana, i sedili di pietra, la vasca d’accumulo delle acque, le condutture antiche in terracotta.
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La prima montagna di sale di Mimmo Paladino nasce come elemento scenografico per il dramma de “La sposa di Messina” di Johann Christoph Friedrich von Schiller, orchestrata per il regista Elio De Capitani.
L’ideale e la vita, Das Ideal und das Leben, di Johann Christoph Friedrich von Schiller
[...]
Per far scudo e per regnare, all'occorrenza,
i guerrieri si affrontano sulla strada della fortuna
e della gloria, e allora l'audacia può
fallire contro la forza, mentre i carri,
con un fragor di schianto,
si ammucchiano sulla polvere del campo.
Solo il coraggio ottiene qui il premio
che al traguardo attende;
solo il forte piegherà il destino,
là dove il debole soccombe.
Ma mentre quello, circondato da scogli,
s'è riversato selvaggio e schiumante,
mite e piano scorre invece il flusso della vita
lungo l'ombrosa e silente terra del bello,
e sugli orli argentei delle sue onde
si dipinge l'immagine d'Espero e d'Aurora.
Qui riposano ormai in pace i desideri,
sciolti in un tenero, reciproco affetto,
liberamente uniti in un vincolo di grazia:
ogni nemico è scomparso.
[...]
[...]
Wenn es gilt, zu herrschen und zu schirmen,
Kämpfer gegen Kämpfer stürmen
Auf des Glückes, auf des Ruhmes Bahn,
Da mag Kühnheit sich an Kraft zerschlagen
Und mit krachendem Getös die Wagen
Sich vermengen auf bestäubtem Plan.
Muth allein kann hier den Dank erringen,
Der am Ziel des Hippodromes winkt.
Nur der Starke wird das Schicksal zwingen,
Wenn der Schwächling untersinkt.
Aber der, von Klippen eingeschlossen,
Wild und schäumend sich ergossen,
Sanft und eben rinnt des Lebens Fluß
Durch der Schönheit stille Schattenlande,
Und auf seiner Wellen Silberrande
Malt Aurora sich und Hesperus.
Aufgelöst in zarter Wechselliebe,
In der Anmuth freiem Bund vereint,
Ruhen hier die ausgesöhnten Triebe,
Und verschwunden ist der Feind.
[...]
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Lo spazio è una circostanza non determinante. Le dimensioni di un tavolino possono esser sufficienti a provocare tensioni e strategie degne del più vasto affresco.
L’universo figurativo di Mimmo Paladino, ancestrale e magico, sembra quasi popolato da esangui, larvate, figure archetipiche, cavalli, corvi, cani, bestie gigantesche, monumentali, in ferro e in gesso, che emergono da pallide montagne di sale, oramai famose quanto le bianchissime scogliere di Dover. Una sequenza di corpi, di grovigli di teste, di zampe. La paura d’esser imprigionati, la solitudine, il timore di non riconoscere più la rotta, l’obiettivo della navigazione.
Il lavoro di Mimmo Paladino rievoca conflitti, battaglie, meandri e fantasmi, che aleggiano dalle macerie d’un lontanissimo passato, timori ancestrali, i temi del sacrificio, del dolore, dell’isolamento, della lontananza, della morte. Una montagna di sale, una massa solida, almeno alla vista, ma friabile, delicata e bianchissima, come il colore della sposa ancora testardamente vergine. Una montagna, la montagna come simbolo dell’ergersi, gli istinti, sollevati e agitati, spesi nell’ascesa, nella guerra, nel tentativo di primeggiare e di vincere, di una condizione migliore, l’elevazione ed il distacco dalla quotidianità e dalla banalità, la ricerca del meglio, del sublime, del canone, della donna perfetta.
Eppure, nonostante questo nobile tentativo, la catastrofe resta sempre alle nostre spalle, tra le nostre prime paure, come un demone, un lucifero, il fallimento.
[...]
Il giorno dopo, quando le prime pattuglie di sissit, dai capelli bruciacchiati, dal viso nero di fumo, camminando molto cauti sulla cenere ancora calda attraverso il bosco carbonizzato giunsero sulla riva del lago, un orrendo e meraviglioso spettacolo apparve ai loro occhi. Il lago era come un'immensa lastra di marmo bianco, sulla quale erano posate centinaia e centinaia di teste di cavallo. Parevano recise dal taglio netto di una mannaia. Soltanto le teste emergevano dalla crosta di ghiaccio. E tutte le teste erano rivolte verso la riva. Negli occhi sbarrati bruciava ancora la fiamma bianca del terrore. Presso la sponda un groviglio di cavalli ferocemente impennati sorgeva fuor della prigione di ghiaccio.
Poi, all'improvviso, l'inverno, il vento del Nord sibilando spazzava via la neve, la superficie del lago era sempre pulita e liscia come per una gara di hockey sul ghiaccio. E nei giorni opachi dell'interminabile inverno, verso mezzogiorno, quando un po' di luce sbiadita piove dal cielo, i soldati del colonnello Merikallio scendevano al lago, andavano a sedersi sulle teste dei cavalli. Parevano i cavalli di legno di una giostra. "Tournez tournez bons chevaux de bois." La scena sembrava dipinta da Bosch.
Il vento, nei neri scheletri degli alberi, faceva una dolce e triste musica infantile, la lastra di ghiaccio si metteva a girare, i cavalli di quella giostra macabra caracollavano al ritmo triste della dolce musica infantile, scotendo la criniera. "Hop là!" gridavano i soldati.
(Kaputt, Curzio Malaparte, Milano 1995)
E non si stende come pietà
il sale a nascondere dei nostri corpi
l'orrore,
e a ricordare la bellezza della battaglia
gli agili destrieri poggiati e
sommersi e sollevati
neri del fuoco
della battaglia e del terrore
bruciati dall'ardore
dei cavalieri
neri sui fianchi
bianchi della montagna.
Quanti eravamo,
un attimo ancora,
che inizia almeno
la battaglia
che non sia solo
fuoco e acqua
incendio e gelo,
foresta e lago,
che non sia solo
fuga e paura.
Eppure noi già ora
sappiamo quel che non saremo,
dopo la morte,
che ora,
vivi, vediamo
nascosti ad altri sguardi
che noi non sapremo,
non resta il fuoco
della battaglia
nel suo recinto perfetto
e nessun silenzio
nessun ammonimento,
sulla tua giostra tragica
torneremo a salire,
sui tuoi cavalli
affaticati e stanchi,
per affondare ancora
nel nostro stesso
annientamento,
dove l'ammonimento
della bianca montagna
nessuno ti libererà
dei tuoi cavalli
imprigionati
di ghiaccio
né il sale
coprirà il grasso
fiato bestiale
della morte.
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Esiste spesso una curiosa analogia tra le opere d’arte e i diversi oggetti che non è certo casuale, che non è pigrizia e che noi, senza pigrizia, dobbiamo imparare ad apprezzare.
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Il sale, che si trova nel mare, è la sintesi di 92 elementi minerali ed oligoalimenti, presenti sulla terra […] Nelle vene scorre il sangue costituito dalla stessa soluzione idrosalina del mare. E la struttura cristallina del sale non è molecolare, ma elettrica e, quindi, il sale non è metabolizzato dal nostro corpo, perché ha la capacità di trasformarsi autonomamente.
Il nostro corpo ha bisogno di sale per compiere ogni minima azione. Per prima cosa, c’è il pensiero, che non è altro che frequenza elettromagnetica, la cui generazione e successiva trasmissione (ad esempio, il comando ai muscoli e ai diversi organi deputati a eseguirlo) dipendono interamente dalla presenza del sale.
Ma il sale che noi mettiamo a tavola non è sale marino naturale completo. È costituto solo da un elemento, cloruro di sodio. Purtroppo, il cloruro di sodio a sé stante è una sostanza aggressiva e instabile dal punto di vista biochimico, e cerca degl'agenti equilibranti, quale il magnesio ed altri sali, per poter esplicare tutte le sue forze vitali. […]
L’organismo s’indebolisce perché, per difendersi da questo sale aggressivo, è costretto a sacrificare l’acqua altamente strutturata delle sue cellule, per rendere inoffensivo il cloruro di sodio. Le cellule, così disidratate e private dalla forza vitale, muoiono.
Giulia Alberti, Associazione d'Arte e Memoria del territorio (nel testo sono sviluppati alcuni concetti tratti da B. Hendel e P. Ferreira, Acqua e sale)
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Per alcuni, la Stella di Consagra corrisponde alle luminarie delle feste paesane in Sicilia, quando gli archi tutti fronzoli, barocchi, illuminati da centinaia di lampadine, seguivano un percorso, la strada del paese, onorando così il santo patrono o celebrando qualche altra popolare ricorrenza cittadina. Per altri, invece, è un vero capolavoro, un’opera d’arte e una scultura nuova, il segno arcaico di vecchie civiltà sommerse, scomparse, riaffioranti nella memoria di ciascuno di noi.
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Sahara crossing: Erg Bouharet
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Sahara crossing: a break in the Erg Bouharet
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Lago parzialmente ghiacciato.
Sulla spiaggia si può vedere ciò che rimane degli alberi tagliati. Si tratta di disboscamento necessario regolato dal Parco Nazionale della Corsica.